Serapia, la leggenda di San Valentino, le rose e Shakespeare

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Serapia, la leggenda di San Valentino, le rose e Shakespeare

 Il 14 febbraio per l’Occidente è la festa di San Valentino, protettore degli innamorati. Quando se ne parla fra amici, le reazioni alle quali si assiste più comunemente sono tre e variano da un’aria di disgusto/cinismo (“neanche per sogno!”), a una di dubbiosa aspettativa (“si ricorderà?”) fino alla preoccupazione più nera (“e ora che cosa mi invento?”).

La vera storia di questa festa (e del suo santo) è ancora oggi avvolta dall’oscurità: almeno tre santi omonimi sono stati ritrovati dagli studiosi e tutti e tre erano martiri. Pare che uno di loro avesse scritto una lettera alla sua amata mentre era in prigione (e ciò spiegherebbe la tradizione tipicamente britannica, cominciata già nel 1400, di inviare biglietti d’amore il giorno di San Valentino); un altro univa segretamente in matrimonio i giovani, contravvenendo al volere imperiale. Una terza “versione” attribuisce addirittura a Shakespeare la scoperta della Rosa di San Valentino: il Santo dovette separarsi dall’amata moglie Silvia che gli donò una rosa a memoria del loro grande amore: una rosa di pietra, che non sarebbe mai appassita. La rosa, conservata da Valentino per tutta la vita, lo accompagnò anche nella tomba ma, in seguito alla profanazione del sepolcro durante le invasioni barbariche, venne separata dal corpo e messa in salvo in una chiesa del Nord Italia. La leggenda afferma che, verso la fine del 1500, William Shakespeare – in viaggio a Verona -visitando la chiesa di San Valentino a Bussolengo, scoprisse una lapide che custodiva la Rosa di San Valentino e la pergamena che ne spiegava l’origine e riportava le indicazioni da seguire per restituire al Santo la sua rosa e ottenere così la sapienza dell’eterno amore. Compiuta questa missione, Shakespeare divenne il poeta dell’amore romantico per eccellenza.

I riferimenti all’amore, infatti, nell’opera del Bardo abbondano. Nel sonetto 116 (“Non sia mai ch’io ponga impedimenti all’unione di anime fedeli”), ad esempio, fa una vera e propria dissertazione filosofica sulla sostanza dell’amore e il suo essere eterno. Nel sonetto 18 (“Devo paragonarti a una giornata estiva?”), si avvicina di più all’idea di amore romantico e al tempo stesso lo supera, perché il sentimento dell’amante non dipende solo dalla bellezza giovanile (e quindi fugace) dell’amata.

Le espressioni di amore romantico che troviamo nelle opere teatrali di Shakespeare sono anch’esse numerose e tutte bellissime. Il primo pensiero va naturalmente al “Romeo e Giulietta”, il dramma romantico per definizione; quasi strazianti, nella loro ingenuità, sono le parole pronunciate dal giovane Romeo che viene sopraffatto dalle emozioni quando incontra Giulietta a una festa per la prima volta: “Oh, lei insegna alle fiaccole a brillare luminose! Sembra sospesa sulla guancia della notte come un sontuoso gioiello all’orecchio di una Etiope…”.

Ma l’espressione più alta dell’amore – in assoluto la mia preferita – è quella che apre la prima scena del dramma “Antonio e Cleopatra”, dove i due amanti ignorano la folla di ambasciatori e cortigiani e hanno occhi solo l’uno per l’altro. “Se questo è vero amore – dice lei – dimmi quanto è grande”. Lui ribatte: ciò che si può misurare non ha valore. Lei, a queste parole, dichiara che fisserà dei confini entro i quali vuole essere amata. “Allora occorrerà che tu trovi un nuovo cielo ed una nuova terra” risponde Antonio. C’è tutto in queste parole: flirt, eccesso, attrazione magnetica e anche l’idea di qualcosa di eterno, quasi divino. Questa straordinaria capacità di condensare in poche frasi il significato della vita umana, davvero, ha fatto di Shakespeare un poeta straordinario ed eterno.

L’amore oggi viene celebrato da ben altri “bardi” e noi, moderni, dobbiamo accontentarci. A San Valentino il mondo si ricorda che comunicare ciò che sentiamo nel profondo del cuore può essere una bella cosa: così si moltiplicano bigliettini, confezioni di cioccolatini, mazzi di rose…

Tutte dimostrazioni estremamente fugaci, in nulla paragonabili alla leggenda della rosa di pietra.

Per questo motivo, fra i possibili regali simbolici quest’anno ci piace suggerirne uno in particolare: Serapia, il profumo dell’amore, realizzato in collaborazione con Atelier Fragranze Milano, ispirato alla rosa di San Valentino. Il nome ricorda quello della giovane cristiana unita dal Santo in matrimonio al legionario Sabino. La fragranza – dopo le note di testa di Bergamotto e Kyr Royal – affascina con un cuore ricco e femminile di Rosa damascena, Gelsomino dei giardini, Peonia, Iris e Violetta. Il bouquet si completa con le note aromatiche di Patchouli, Legno di Cabreuva e Guaiaco, Ambra, Vaniglia e Muschio che donano fascino e seduzione a questo profumo.

Se poi vi mancano le parole per accompagnare il vostro dono, andate a rileggervi Shakespeare. Farete sicuramente bella figura.

 

testo Alessandra Corrias (www.braingymschool.it )

Alessandra Corrias