Il corriere (The mule), il film di Clint Eastwood

Clint Eastwood

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Il corriere (The mule) di Clint Eastwood (Stati Uniti, 2018, 116′)

L’ultimo film di Clint Eastwod, regista e interprete, ci conduce in un viaggio nell’immensa provincia americana e nel tempo, quello che resta a Earl Stone, un floricultore che ha passato la sua vita a coltivare emerocallidi, fiori che durano solo un giorno, e che ha trascurato la famiglia e preferito inseguire il riconoscimento del suo lavoro.

Ma il tempo passa e le cose cambiano veloci: il commercio via internet mette in crisi Earl, che si vede pignorare la casa. E allora parte sul suo vecchio e fedele pik up Ford; ma a casa dell’amata nipote si ritrova di fronte al rifiuto della figlia, che non gi parla più da anni, facendogli pagare la sua trascuratezza.

Quasi per caso viene arruolato come corriere della droga: la sua guida calma e sicura, che lo ha portato a percorrere quasi tutti gli USA, e gli anni, che il vecchio Clint esibisce con grazia e totale sincerità, lo rendono insospettabile.

I viaggi si susseguono nel film, sempre uguali e sempre diversi, segnati da incontri con motocicliste lesbiche, poliziotti con cani antidroga, una famiglia nera (Earl li chiama “negri”), cui dispensa con ironia consigli e aiuti, senza prendere coscienza fino in fondo di quello che sta trasportando.

Infischiandosi della puntualità richiesta dai trafficanti, quando il controllo si fa più pressante e le indagini della DEA si stringono, Earl si prende il suo tempo: si ferma per un ultimo incontro con la ex moglie malata di cancro (straordinaria Dianne Wiest), che lo ha lasciato ma continua ad amarlo per com’era quando lo ha conosciuto.

Riflessioni sul film

La vecchiaia e la morte sono al centro della riflessione del film, sotto l’apparente leggerezza del road movie e dietro le battute, il sorriso ironico e lo sguardo limpido del protagonista.

Don’t Let the Old Man, si intitola la canzone che accompagna il viaggio del corriere Earl Stone, dove Old Man è la morte; in un verso si canta: “Ask yourself how old you’d be / If you didn’t know the day you are born?” (“quanto davvero ti sentiresti vecchio / se non sapessi il giorno in cui sei nato?”).

Il tempo soggettivo, gli anni che passano portandosi dentro tutto il passato, dalla guerra di Corea (come per Walt Koawalski, il protagonista di Gran Torino) ai rapporti fallimentari con mogli e figli (chi non ricorda le struggenti lettere senza risposta scritte da Frank alla figlia in Million Dollar Baby?), pongono Earl di fronte ai suoi sensi di colpa e all’assunzione di responsabilità non solo individuali ma di un’intera nazione, che coltiva l’odio e il pregiudizio e lascia precipitare nella crisi economica la sua parte più debole (come i profughi Hmong e gli operai dell’industria automobilistica di Detroit, in Gran Torino).

Ma da qui nasce la capacità di costruire nuovi rapporti, in cui mettere a disposizione tutta l’esperienza accumulata a favore di nuovi figli elettivi, come in Un mondo perfetto l’evaso e il “fantasmino”; qui la nipote, il poliziotto di Bradley Cooper e anche alcuni giovani trafficanti di droga.

La famiglie messe insieme nei suoi fim sono sempre anomale, ma basate su solidarietà e accettazione autentica.

Come in un romanzo, o meglio nel capitolo di un romanzo che include molti o forse tutti i suoi film (si ricordi l’omaggio a Charles Dickens in Hearefther), Clint Eatswood racconta se stesso, nel rapporto con il lavoro (a 88 anni è uno dei registi più produttivi del cinema) e con la famiglia, alquanto articolata e complicata nella sua vita reale.

L’inquietudine della vecchiaia porta Earl a fare le sue scelte e ad assumersi le sue responsabilità, seppur tardivamente, senza poter recuperare il tempo perduto. Quel tempo che ha dedicato ai suoi fiori effimeri.

Intanto l’azione si allarga su chi si muove intorno a lui, sul mondo pacchiano e violento dei trafficanti, su cosa interessa veramente ai vertici della polizia (azioni spettacolari, arresti, chili di droga recuperati, ovvero numeri da pubblicizzare, non lo smantellamento della rete criminale…); denuncia la pericolosità dei controlli degli agenti e il pregiudizio verso i latinos (in una scena che sembra non incidere sullo sviluppo narrativo, ma che è fondamentale).

Dopo la ricerca di verità nello sperimentale Ore 15,17 attacco al treno, il Corriere è basato su un fatto vero, raccontato nell’articolo “The Sinaloa Cartel’s 90-Year-Old Drug Mule” di Sam Dolnick sul The New York Times, e affrontato con stile rapido e asciutto, marchio delle regie eastwoodiane e delle produzioni Malpaso.

L’ultima sequenza, mentre già scorrono i titoli di coda, mostra Earl che cammina lentamente.

In senso opposto altri camminano rapidi e indaffarati. Earl, che nell’ultimo primo piano vediamo mentre si prende ancora cura dei suoi fiori, procede piano, assapora il tempo, non ha nessuna fretta di andare incontro a ciò che lo attende.

 

Elefteria MorosiniTesto di Elefteria Morosini 

Elefteria Morosini

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