Live Wires: quando l’arte abita e traforma lo spazio
Strana triangolazione quella che si è instaurata recentemente fra Parigi, Brescia e Pesaro. A unire le tre città c’è un filo, non tanto sottile, forse di lana colorata come quelli che Sheila Hicks usa nel suo atelier a Parigi, o forse uno di quelli in acciaio utilizzati per le sue sculture da Paolo Icaro che vive e lavora a Tavullia, un Comune vicino al capoluogo marchigiano. In ogni caso convergono a Brescia nella galleria di Massimo Minini dove le opere di Icaro si incontrano in un dialogo silenzioso, ma non troppo, con quelle di Sheila in una mostra dal titolo Live Wires che si protrarrà fino al 3 aprile.

Per organizzarla ci sono voluti otto mesi non solo di incontri virtuali fra i tre protagonisti principali ma anche di viaggi da parte delle due figlie del noto gallerista bresciano: di Alessandra a Tavullia, e di Francesca a Parigi per valutare assieme agli autori quali opere dell’uno e dell’altra inviare ed esporre a Brescia.
Apparentemente, infatti, non potrebbero esserci artisti più distanti.
La Hicks pone al centro della sua ricerca le fibre e il colore. Nata in Nebraska nel 1934, ha viaggiato tantissimo in Cile, Messico, Perù, Marocco dove ha subito il fascino delle lavorazioni della lana, del cotone, della seta. Si è dedicata così allo studio delle tecniche di tessitura tradizionali, non certo per copiarle, ma per capire come le culture usano il filo per raccontare storie, identità, rituali, e per farne la base di tutto il suo lavoro dove si possono notare alcuni elementi ricorrenti: il colore intenso, nodi, fasci, e intrecci quasi a testimoniare l’eterna tensione tra ordine e caos e tra morbidezza e monumentalità.

Icaro, nato nel 1936 a Torino, dopo aver studiato scenografia si è dedicato alla scultura che, secondo il suo sentire, non è solamente un “oggetto” ma un processo, un evento fenomenologico, un’esperienza, una relazione tra corpo, spazio e architettura.
Poi nei primi anni ’60 si è trasferito a New York dove è entrato in contatto con il Minimalismo, il Post-Minimalismo e le ricerche concettuali americane. Oggi è considerato uno dei protagonisti storici dell’Arte Povera, anche se ha sempre mantenuto una posizione molto autonoma.
Per le sue opere utilizza materiali poveri e non per provocazione ma per il potenziale metaforico di trasformazione che gesso, vetro, ferro, legno e terracotta racchiudono.
Live Wires: il rapporto tra materia, forma e spazio
A questo punto verrebbe da chiedersi come ha potuto Minini pensare di accostare due giganti dell’arte così apparentemente lontani.
La risposta può essere una sola: grazie al suo intuito che gli ha permesso di capire che i lavori di Sheila Hicks e Paolo Icaro convergono in un campo di sperimentazione materica e spaziale.
Hicks espande la fibra oltre la sua tradizionale funzione tessile per trasformarla in scultura e architettura, coinvolgendo la percezione cromatica e tattile. Icaro, a sua volta, indaga lo spazio stesso come medium, connettendo scultura, corpo e vuoto e riformulando l’esperienza di movimento dello spettatore attorno e attraverso le sue opere.

Entrambi gli artisti hanno una fede incrollabile nella processualità, nelle relazioni tra le opere, i luoghi e l’energia delle persone che attorno a essi si muovono, secondo una logica di “fare, rifare, disfare” (non necessariamente in quest’ordine) che conduce a esiti quasi mai definitivi.
Entrambi pongono al centro della loro ricerca il rapporto tra materia, forma e spazio, nonostante i loro approcci diversi: Hicks attraverso la fibra e il colore, Icaro attraverso strutture scultoree che interrogano la presenza e il tempo.
Insieme, in mostra, creano un ricco dialogo tra tessuto e scultura, tra tatto e pensiero, invitando lo spettatore a ripensare il modo in cui l’arte abita e trasforma lo spazio.
Testo e foto di Fabia Garatti


