Robert Mapplethorpe e la ricerca della perfezione
Al Palazzo Reale di Milano la mostra del grande fotografo
Forse se nel 1970 Sandy Daley, regista e fotografa, non avesse regalato la sua Polaroid a Robert Mapplethorpe, noi ora non potremmo ammirare le straordinarie immagini di questo fotografo, bello e tormentato, nella mostra che Milano ha voluto dedicargli a Palazzo Reale.
Nato nel 1946 nel Queens da una famiglia cattolica osservante, Robert Mapplethorpe, che fece un uso pressoché quotidiano di marijuana, anfetamine e cocaina, cercò per lungo tempo di reprimere le sue inclinazioni omosessuali.
Tant’è che quando incontrò Patti Smith, con cui visse per alcuni anni condividendo arte e sogni ma anche fame, si convinse che l’attrazione e il sentimento che provava per lei fosse la conferma che non era gay e attribuì i dubbi del passato al fatto che fino ad allora non aveva incontrato la donna giusta.

E’ stato infatti solo alla fine degli anni ’60, quando il “matrimonio” con Patti naufragò (ma non la loro amicizia durata tutta la vita) che accettò la sua vera natura: iniziò a frequentare bar e locali sadomaso e fece quello che oggi si chiama “coming out”.
Fu sempre allora, con quella Polaroid (sostituita poi nel 1975 dall’Hasselblad regalatagli da Sam Wagstaff, collezionista, esperto d’arte e suo compagno fino alla morte di quest’ultimo per AIDS), che Mapplethorpe scattò le sue prime foto di fiori sul fondale della suite tutta bianca di Sandy al Chelsea hotel.
Fino a quel momento aveva sperimentato ed espresso la sua vena artistica soprattutto con collages ottenuti ritagliando vecchie copie di riviste maschili per impadronirsi dell’estetica omoerotica.
Inizialmente rivolse la macchina fotografica verso sé stesso, poi verso il suo amante, David Croland, la cui bellezza aristocratica faceva quasi da contraltare a quella di Robert.
Robert Mapplethorpe e la sensualità
Si trattava quasi sempre di foto dai contenuti fortemente erotici con cui il fotografo rompeva volutamente il confine tra la foto d’arte e la foto commerciale destinata al mercato pornografico ma che, grazie alla loro rigorosa perfezione formale, non sconfinavano nella pornografia.
Croland ricorda: “Quando Robert ti scattava una foto, era come se si impadronisse di te. Ti dominava completamente. Non ti vedeva come persona, ma come un oggetto d’arte”. L’unica che riuscì a sfuggire a questo suo potere fu Patti Smith, come dimostrano le foto in mostra da cui emerge la complessa personalità della cantante.

Sia che la ritragga vestita da uomo o avvolta in un asciugamano riesce a dare di lei un’immagine non solo androgina ma anche sensuale e femminile. Come se l’affetto e l’amore per lei costituisse una sorte di filtro.
Ancora diverso è l’approccio fotografico con Lisa Lyon, campionessa di bodybuilding femminile. La sua potente muscolatura e le sue forme favorirono la ricerca della perfezione anatomica di Mapplethorpe. Una perfezione che emerge anche grazie alla sua tecnica fotografica meticolosa, basata sull’uso sapiente della luce e dei contrasti, sulla costruzione dell’immagine e sulla cura maniacale dei dettagli.
Una perfezione che ritroviamo ancora una volta nelle foto dei nudi maschili affiancate a quelle dei capolavori classici nell’ultima sezione della mostra dove sono esposte anche le immagini raffinate e stilizzate dei fiori – pare preferisse orchidee e gigli – ritratti nella loro delicata, nascosta sensualità. Quasi a volerci ricordare che i fiori sono gli organi sessuali delle piante e che, anche nel loro caso, bellezza e sessualità non possono essere separate.
Non meno interessante per cercare di capire il talento artistico di questo maestro della fotografia, è la sezione dedicata ai ritratti di personaggi famosi: tra cui Andy Wharol, Isabella Rossellini, Yoko Ono, Peter Gabriel e molti altri.
Il ritratto in studio per lui costituiva un incontro tra due anime. “Essere fotografato da me diventa un evento… è tutto completamente sotto il mio controllo. Non ci sono istantanee. Nulla è lasciato al caso. Tra me e il mio soggetto si realizza una sorta di performance”, dichiarava senza falsa modestia Mapplethorpe. Riusciva così a catturare l’essenza emotiva dei suoi soggetti e a tradurla in immagini di rara intensità.
Robert morì troppo presto, a soli 42 anni, per HIV. Patti Smith, che si recò a salutarlo quando ormai era alla fine, ricorda: “L’ultima immagine di lui fu come la prima. Un giovane che dormiva ammantato di luce, che riapriva gli occhi col sorriso di chi aveva riconosciuto colei che mai gli era stata sconosciuta”
“Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio” -Milano, Palazzo Reale dal 29 gennaio al 17 maggio 2026.
Testo di Fabia Garatti


