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Le Vie di Francesco: itinerari e cammini

Sulle orme di San Francesco tra santuari, eremi e abbazie della Valle Santa

Le Vie di Francesco non sono semplicemente un itinerario da percorrere: sono una soglia. Chi vi si avventura non fa solo trekking, ma attraversa la memoria viva di un uomo che nel XIII secolo ridisegnò il modo in cui l’Occidente intende la povertà, la natura e la fratellanza. Il territorio che il cammino attraversa, la Valle Santa Reatina, la Sabina, i boschi di faggio e gli uliveti tra Greccio e Farfa, non è mai soltanto paesaggio. È testimonianza.

Negli ultimi anni questi sentieri sono diventati sempre più strutturati e frequentati, inseriti a pieno titolo nel circuito dei grandi cammini europei. Ma ciò che li distingue da altri percorsi simili è qualcosa di difficile da spiegare e facile da sentire: l’autenticità dei luoghi.

Qui nulla è stato costruito per il turismo. I santuari, gli eremi, le abbazie esistevano già prima che qualcuno pensasse di unirli con una segnaletica.

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foto Isabel Scuderi

Le Vie di Francesco: un cammino organizzato tra spiritualità e turismo lento

La rete delle Vie di Francesco è il risultato di un lavoro collettivo che coinvolge comuni, regione, associazioni escursionistiche e comunità religiose. La segnaletica, biancorossa del CAI con il simbolo del Tau francescano su fondo giallo, è presente su tutto il tracciato.

Da dicembre 2023 l’itinerario principale è disponibile anche sul Geoportale regionale della Rete dei Cammini del Lazio.

Il pellegrino può scegliere tra il percorso in autonomia con credenziale personale o affidarsi a guide ambientali specializzate. L’accoglienza lungo il tragitto spazia da foresterie monastiche a strutture agrituristiche, passando per soluzioni familiari nei borghi attraversati.

Perché questo cammino è così importante

Tre elementi lo rendono unico in Europa. Il primo è storico: la Valle Santa Reatina è stata il cuore pulsante dell’esperienza francescana, il luogo dove Francesco scrisse la sua Regola, dove inventò il presepe, dove si ritirò a pregare nei momenti più intensi della sua vita spirituale. Non si tratta di luoghi simbolicamente associati al santo, ma di posti in cui è letteralmente successo qualcosa di decisivo.

Il secondo elemento è paesaggistico. I sentieri delle Vie di Francesco attraversano un territorio che ha resistito alla modernizzazione: boschi integri, sorgenti, borghi medievali dove il tempo sembra essersi fermato. La natura non è uno sfondo del cammino, è parte del messaggio.

Il terzo è strutturale. Oggi il percorso è praticabile tutto l’anno, con una rete di servizi, tappe e accoglienze che lo rendono accessibile anche a chi non ha esperienza di cammini di lunga percorrenza.

Greccio e la nascita del presepe

Il Santuario Francescano del Presepe di Greccio è il punto di partenza ideale. È qui che, nella notte del 24 dicembre 1223, Francesco d’Assisi fece qualcosa di rivoluzionario: trasformò un’astrazione teologica in un’immagine che chiunque potesse vedere e sentire. Una grotta, del fieno, un bue e un asino.

La Natività non più solo raccontata, ma ricreata davanti agli occhi di chi pregava.

Da quell’intuizione nacque una delle tradizioni più diffuse al mondo. Greccio non è soltanto un santuario, è il luogo dove l’arte della rappresentazione e la fede si sono incontrate per la prima volta in modo popolare e diretto. Camminare fin qui, salendo lungo il bosco che sovrasta il paese, è già di per sé un’esperienza che prepara all’ascolto.

Fonte Colombo e la Regola del silenzio

A pochi chilometri da Rieti, il Santuario di Fonte Colombo custodisce uno dei momenti più intimi della storia francescana. È qui che Francesco si ritirò in solitudine per redigere la Regola definitiva del suo Ordine, il testo che avrebbe dato forma a un intero movimento spirituale in piena espansione.

Per questo Fonte Colombo viene chiamato il Sinai francescano. Non è un accostamento enfatico: come Mosè sul monte, Francesco cercava in quel luogo appartato la legge che avrebbe guidato una comunità. Il santuario è immerso nella vegetazione, lontano dal rumore, e ancora oggi comunica una sensazione di distanza dal mondo che deve aver convinto il santo ad appartarsi proprio qui.

Santa Maria della Foresta: dove la pietra è ancora viva

Il Santuario di Santa Maria della Foresta è uno dei luoghi più silenziosi del cammino, immerso nella vegetazione come suggerisce il nome. Francesco vi sostava durante i suoi spostamenti nella Valle Santa, e il luogo riflette con precisione uno degli aspetti centrali della sua spiritualità: il rifiuto di ogni comfort come condizione per avvicinarsi al divino.

Ma c’è qualcosa qui che va oltre il silenzio e il paesaggio, e che i pellegrini più attenti non mancano di cercare: all’interno della chiesa è conservato l’altare originario su cui Francesco pregava. Non una ricostruzione, non un monumento commemorativo, la stessa pietra, consumata dai secoli, davanti alla quale il santo si inginocchiava. È uno di quei dettagli che cambiano la qualità di una visita: smettono di guardare e cominciano a toccare il tempo.

In un cammino dove molti luoghi sono associati a Francesco in modo indiretto o simbolico, questa pietra rappresenta un contatto diretto e fisicamente tangibile con la sua esperienza. Per un pellegrino, fermarsi davanti a quell’altare significa abitare per un momento lo stesso spazio interiore del santo. Pochi santuari al mondo offrono qualcosa di simile con tanta semplicità e senza enfasi.

San Felice all’Acqua e il rapporto con la natura

Il percorso include il Santuario di San Felice all’Acqua, raggiungibile attraverso un tratto di sentiero particolarmente suggestivo. L’acqua nella spiritualità francescana non è mai un elemento accessorio: è presenza viva, simbolo di purezza e di vita ricevuta in dono.

Il Cantico delle Creature, il testo più poetico scritto da Francesco, celebra l’acqua come “utile et humile et pretiosa et casta”. Camminare verso questo santuario lungo un corso d’acqua significa fare esperienza diretta di quella visione del mondo.

La Sabina tra archeologia e spiritualità

Il cammino verso la Sabina introduce una dimensione ulteriore: la stratificazione storica. In questo territorio ogni pietra racconta epoche diverse. La Chiesa di Santa Vittoria e l’area archeologica di Trebula Mutuesca, insediamento romano con templi e strutture urbane ancora leggibili, ricordano che il francescanesimo medievale si è innestato su un substrato culturale antichissimo.

Il Museo Civico Archeologico di Monteleone Sabino permette di inquadrare questa continuità storica con la profondità che merita. Visitarlo durante il cammino significa comprendere il territorio non solo come scenario spirituale, ma come luogo dove la storia si è sedimentata in strati.

Il Monastero delle Clarisse Eremite di Fara in Sabina: dove dormire tra storia e silenzio

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foto Isabel Scuderi

Prima di raggiungere Farfa, il cammino attraversa Fara in Sabina, borgo medievale aggrappato al colle Bruzio con una vista che abbraccia la pianura sabina fino al Tevere. Qui, in via Santa Maria in Castello, si trova una delle tappe più inattese e coinvolgenti dell’intero percorso: il Monastero delle Clarisse Eremite.

Il complesso sorge all’interno di un castello medievale la cui storia è intrecciata per secoli con quella della vicina Abbazia di Farfa. Nel Seicento il cardinale Francesco Barberini, nipote di Papa Urbano VIII, lo trasformò in monastero di clausura, fondandovi l’ordine delle Clarisse Eremite nel 1673. Le suore vi abitano ancora oggi, e la loro presenza viva è forse l’aspetto più sorprendente di una visita che potrebbe sembrare solo storica.

La visita guidata, da prenotare tramite Suor Barbara (tel. 380.7937055, anche WhatsApp), attraversa ambienti di rarissima autenticità: la cucina del Quattrocento, il vecchio refettorio, il coro del Seicento e una stanza che custodisce diciassette corpi di monache rimasti incorrotti dalla fine del Settecento.

Chiude il percorso il Museo del Silenzio, spazio contemporaneo dedicato all’esperienza contemplativa, insolito e intenso nel linguaggio. Dalla terrazza panoramica si gode di un panorama sulle colline sabine che da solo vale la sosta.

Foresteria per pellegrini. Il monastero accoglie pellegrini tutto l’anno nella propria foresteria: camere singole, doppie, triple e quadruple, tutte con bagno privato, lenzuola, asciugamani, riscaldamento e Wi-Fi. È possibile scegliere tra il semplice pernottamento e la pensione completa. Una base ideale per chi vuole percorrere il tratto finale verso Farfa con la lentezza che merita, e per chi desidera vivere, almeno per una notte, il ritmo di una comunità monastica ancora vitale.

Dal monastero all’abbazia: il sentiero delle Vie di Francesco verso Farfa

Dal Monastero delle Clarisse Eremite, il tracciato delle Vie di Francesco scende verso Farfa seguendo i segnavia biancorossi del CAI e il simbolo del Tau francescano. Il paesaggio cambia progressivamente: uliveti, la Sabina è terra di eccellenza per l’olio DOP, si alternano a scorci sulla vallata, con i ruderi dell’Abbazia di San Martino sul Monte Acuziano che compaiono e scompaiono tra la vegetazione.

Il percorso fa parte della cosiddetta Variante di Farfa (tappa 20A), deviazione dell’itinerario principale che da Acquaviva di Nerola scende fino all’abbazia. Il tratto specifico da Fara in Sabina a Farfa richiede circa un’ora di cammino in discesa, su sentiero segnalato.

Chi preferisce un percorso più lungo può optare per il Sentiero degli Eremi, variante locale di circa 11,14 km con dislivello di 420,460 metri, che collega l’abbazia a Fara passando per gli eremi medievali sul Monte Acuziano, i prati sommitali e i ruderi dell’Abbazia di San Martino. Classificato E (escursionistico), è affrontabile senza attrezzatura alpinistica ma richiede una buona condizione fisica.

L’Abbazia di Farfa: cosa vedere in uno dei monasteri più importanti d’Europa

L’Abbazia Benedettina di Santa Maria di Farfa è qualcosa di più di una meta finale: è un universo a sé, fondato nel VI secolo su resti di un edificio romano, cresciuto fino a controllare prima del Mille oltre seicento tra chiese e monasteri, centotrentadue castelli e sei città fortificate. Un potere senza paragoni nell’Italia medievale.

Le visite guidate, gestite dai Servizi Culturali dell’Abbazia, tutti i giorni tranne il lunedì, introducono in un percorso che attraversa secoli di arte, storia e vita monastica ancora attiva.

La Basilica. Consacrata nel 1496, è un gioiello del Rinascimento italiano. Le pareti conservano pitture dei fratelli Zuccari, di Orazio Gentileschi e del pittore veneto-fiammingo Hendrik van der Broek. Il soffitto a cassettoni porta lo stemma degli Orsini; i pavimenti cosmateschi del transetto sono di una raffinatezza che colpisce anche chi non è esperto d’arte.

I chiostri. Il Chiostro Longobardo, il più antico, con le sue bifore a doppia luce, comunica un’austerità che nessun restauro ha addolcito. Il Chiostro Rinascimentale, voluto nella seconda metà del Cinquecento dal cardinale Alessandro Farnese, nipote di Papa Paolo III, è di tutt’altro respiro: elegante, luminoso, aperto. I due spazi, così diversi, raccontano meglio di qualsiasi didascalia la doppia anima di Farfa, quella eremitica delle origini e quella del grande monastero feudale.

La Biblioteca. Custode di oltre 45.000 volumi, 60 incunaboli e manoscritti medievali di straordinario valore, la Biblioteca Statale di Farfa è una delle più ricche del Lazio. Tra i volumi conservati figura anche un’edizione originale dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert. La leggenda vuole che qui esistesse uno scriptorium già nell’VIII secolo.

La cripta e il Museo. La cripta di forma semianulare, databile tra il VII e il IX secolo, conserva tracce di affreschi sui martiri e un sarcofago romano reimpiegato. Il Museo ospita le celebri 12 scene illustrate da Emanuele Luzzati ispirate al Chronicon Farfense di Gregorio da Catino, cronista medievale che a Farfa scrisse la storia dell’abbazia con una precisione straordinaria per l’epoca.

Il borgo e l’erboristeria. Attorno all’abbazia si sviluppa un borgo medievale compatto, con case a schiera un tempo abitate dai commercianti che arrivavano alle grandi fiere stagionali. Tra le botteghe si trova un’erboristeria che propone esclusivamente prodotti di monasteri italiani ed europei, tè, tinture, cosmetici, fedele a una tradizione farmaceutica secolare.

La tappa culinaria da non perdere: La Taverna del Monaco

C’è un momento, dopo ore di cammino e di arte sacra, in cui il corpo chiede il suo. A Farfa, questo momento ha un indirizzo preciso: La Taverna del Monaco, bar-ristorante situato direttamente nel cortile del complesso abbaziale benedettino.

Gestita da Giorgio e dalla cuoca Luisa Ciminelli, la taverna propone una cucina casereccia di tradizione sabina senza fronzoli e senza delusioni. Con il bel tempo si mangia nell’agrumeto esterno, con il profumo degli aranci e la pietra dell’abbazia a fare da scenografia.

In inverno le nuove sale interne accolgono fino a cinquanta persone. In menù: pappardelle ai funghi porcini, ravioli ricotta e spinaci al burro e salvia, polenta con spuntature e salsiccia, scaloppine al marsala con cicoria di campo. I formaggi, tra cui caciotta e pecorino sabino di produzione propria, sono l’accompagnamento ideale a un bicchiere di vino locale. Chi ha ancora spazio ordina la ciambella all’anice, dolce della casa che vale da solo la sosta.

Il percorso completo delle Vie di Francesco: dalla Sabina a Greccio

Le Vie di Francesco non si esauriscono nell’ultimo tratto sabino. Il cammino completo, denominato anche Via di Francesco, collega Assisi a Roma attraverso la Valle Santa Reatina, con una variante ufficiale (la Variante di Farfa) che tocca proprio l’abbazia e Fara in Sabina. Per chi vuole percorrere il tragitto a ritroso, risalendo dalla Sabina verso Greccio, ecco le tappe principali con le relative distanze.

Variante di Farfa, Farfa > Acquaviva di Nerola. Circa 11,21 km, difficoltà media. Dal parcheggio dell’abbazia il sentiero risale verso Fara in Sabina e poi verso Toffia, con panorami sulla valle del Tevere e sulle colline sabine. Segnaletica CAI biancorossa con Tau francescano.

Ponticelli di Scandriglia > Poggio San Lorenzo. Circa 20 km, difficoltà impegnativa (56% sterrato). Tappa ricca di paesaggio rurale: uliveti millenari, borghi silenziosi, il panorama che si apre a tratti verso la pianura. La Sabina qui è nella sua versione più autentica.

Poggio San Lorenzo > Rieti. 21,8 km, difficoltà media. Il percorso segue antichi tracciati consolari prima di scendere verso la piana reatina. Attrattiva segnalata: il Ponte Sambuco a Torricella in Sabina, struttura medievale ancora integra.

Rieti > Greccio (Variante per Greccio). 23,4,23,8 km, dislivello +815 m /,576 m, difficoltà media. Da Rieti, che vale una visita autonoma per la cattedrale romanica e il centro storico, il sentiero sale verso il Santuario di Greccio attraverso foreste e altopiani tra i Monti Sabini e i Reatini. La varietà del paesaggio e la densità storica dei luoghi attraversati rendono questo tratto il cuore del cammino.

Il tracciato è segnalato su tutto il percorso. Per i dettagli aggiornati sulle singole tappe, i punti di accoglienza e il tracciato GPS è possibile consultare il Geoportale regionale della Rete dei Cammini del Lazio e il sito viadifrancesco.it.

Un cammino che è ancora esperienza viva

Le Vie di Francesco non appartengono al passato. Sono un percorso in continua evoluzione, frequentato ogni anno da migliaia di pellegrini, camminatori, viaggiatori curiosi. Ciò che li accomuna, al di là delle motivazioni, è spesso la stessa scoperta: che camminare lentamente in un paesaggio carico di storia cambia il modo in cui si vede il mondo.

Dalle celle di Fonte Colombo alle terrazze del Monastero delle Clarisse Eremite, dall’agrumeto della Taverna del Monaco alla biblioteca millenaria di Farfa, ogni passo su questo suolo racconta ancora la storia di un uomo che scelse la semplicità come forma più alta di libertà. Un messaggio che, a ottocento anni di distanza, non ha perso un grammo della sua forza.

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