San Pietro e Sant’Antioco: viaggio tra sapori e antiche tradizioni
Sant’Antioco e San Pietro sono le due isole protagoniste di questa nuova tappa del mio viaggio, che prosegue grazie al tour Slow Food Travel Sulcis Iglesiente, un itinerario alla scoperta di un territorio straordinario, delle sue comunità e delle eccellenze che ne custodiscono l’identità.
E’ il momento di lasciarsi conquistare da queste due isole che, pur essendo vicine, raccontano storie molto diverse: San Pietro, con il suo carattere ligure e marinaro, e Sant’Antioco, custode di una storia millenaria che affonda le radici nelle civiltà del Mediterraneo.
Due piccoli mondi circondati da un mare incantevole, dove la bellezza della natura si intreccia con tradizioni, cultura e sapori autentici.
Isola di San Pietro: il fascino mediterraneo di Carloforte
Al largo della costa sud-occidentale della Sardegna, l’isola di San Pietro accoglie i visitatori con il suo paesaggio marino, la macchia mediterranea e un’atmosfera che conquista fin dal primo sguardo. Il suo centro principale è Carloforte, un borgo elegante e vivace affacciato sul mare, caratterizzato da palazzi dalle facciate color pastello, caffè, palme e un animato lungomare.
Ma ciò che rende davvero speciale quest’isola è la sua identità, frutto di una storia singolare.
Nel 1736 un gruppo di pescatori liguri, originari di Pegli e provenienti dall’isola di Tabarka, dove si erano stabiliti per dedicarsi alla pesca del corallo, lasciò quella terra dopo la conquista tunisina. Grazie all’accoglienza del re Carlo Emanuele III di Savoia, trovò una nuova casa sull’isola di San Pietro, dando vita a Carloforte, il cui nome rende omaggio proprio al sovrano.
Di questa origine ligure rimangono tracce evidenti nell’architettura, nelle tradizioni familiari, nella cucina e soprattutto nella lingua. Ancora oggi gli abitanti parlano il tabarchino, una variante del genovese antico che rappresenta uno dei patrimoni culturali più preziosi della comunità.
Camminando tra le vie del paese si percepisce questa particolare atmosfera: Carloforte ha un’eleganza mediterranea, ma anche un carattere tutto suo, lontano dai consueti stereotipi sardi.
La tonnara di Carloforte, una storia che continua
Se c’è un luogo che racconta l’anima marinara dell’isola, è certamente la tonnara di Carloforte, presso Punta della Lingua e l’Isola Piana. Una delle pochissime tonnare fisse ancora attive nel Mediterraneo, con una tradizione documentata che risale al XVII secolo.
Qui la pesca del tonno non è stata soltanto un’attività economica, ma un vero rito collettivo, capace di coinvolgere intere generazioni di pescatori. La tonnara è un sistema di reti ancorate al fondale, predisposto per intercettare il passaggio dei tonni rossi durante le loro migrazioni nel Mediterraneo.
Il suo funzionamento conserva termini e gesti antichi.
Tra le figure più importanti c’è il rais, il capo che coordina il lavoro dei tonnarotti e dirige le operazioni di pesca. Una parola di origine araba che significa comandante o capo e che testimonia quanto questa tradizione sia legata agli scambi culturali tra le sponde del Mediterraneo.
Anche lo stabilimento a terra merita una visita.

È qui che, dopo la pesca, il tonno veniva lavorato, sistemato su tappeti di canne per l’asciugatura e successivamente cotto in grandi batterie di pentole. Ancora oggi si possono osservare macchinari e attrezzature appartenenti a epoche diverse, preziose testimonianze di un sapere artigianale tramandato nel tempo.
Il complesso della tonnara, con i suoi edifici bianchi e gli elementi in legno dipinti di azzurro, sembra quasi un piccolo borgo sospeso tra mare e storia. Un luogo dove si intrecciano lavoro, passione, memoria e gastronomia.
La pesca tradizionale con le reti fisse è un patrimonio da conoscere anche per il suo rapporto con la gestione delle risorse marine: un sistema selettivo, il cui impatto dipende anche dalle modalità di gestione e dalle quantità pescate. Una tradizione che oggi si confronta con la necessità di tutelare il tonno rosso e il suo ambiente naturale.
Carloforte e il Girotonno: quando il tonno diventa protagonista
A Carloforte il tonno è molto più di una specialità gastronomica: è parte integrante della cultura locale. Non sorprende quindi che proprio a questo pesce sia dedicata una delle manifestazioni più conosciute dell’isola, il Girotonno.

L’evento, che si svolge tradizionalmente tra maggio e giugno, trasforma il borgo in una vivace destinazione gourmand, con appuntamenti dedicati alla cucina, laboratori del gusto, chef internazionali, degustazioni e specialità provenienti dai Paesi ospiti.
Un’occasione per scoprire le tante interpretazioni del tonno e, allo stesso tempo, entrare in contatto con una tradizione gastronomica che affonda le sue radici nella storia dei pescatori tabarchini.
Sant’Antioco, l’isola dove il tempo incontra la storia
Lasciamo San Pietro e raggiungiamo Sant’Antioco, collegata alla Sardegna da un istmo artificiale e da un ponte. Più grande della vicina isola di San Pietro, è la quarta isola italiana per estensione e custodisce un patrimonio storico e archeologico di straordinario interesse.
Qui il mare si alterna a lagune, saline, spiagge e deliziose calette, mentre nell’entroterra affiorano le testimonianze di civiltà che hanno attraversato il Mediterraneo.
La città deve il suo nome a Sant’Antioco Martire, figura centrale della tradizione cristiana sarda. Ma prima ancora di diventare un importante centro religioso, questo territorio era conosciuto come Sulky, antica città fondata dai Fenici nell’VIII secolo a.C. e considerata tra i più antichi insediamenti urbani della Sardegna.

Fenici, Cartaginesi e Romani hanno lasciato segni profondi nella sua storia. Passeggiando nel centro storico e nelle aree archeologiche si incontrano testimonianze che raccontano un passato fatto di commerci, navigazione, incontri e dominazioni.
Il Villaggio Ipogeo: abitare nella roccia
Una delle visite più suggestive è quella al Villaggio Ipogeo di Sant’Antioco, conosciuto anche come Is Gruttas.
È un luogo che racconta una pagina di storia sociale particolarmente interessante. Le sue origini sono legate al riutilizzo di antiche tombe puniche, scavate nella roccia tra il VI e il III secolo a.C., successivamente trasformate in abitazioni.
Dopo un lungo periodo di abbandono dell’isola, segnato dalle incursioni piratesche, il ripopolamento portò nuove famiglie a stabilirsi nuovamente a Sant’Antioco. Le persone più povere trovarono rifugio proprio negli ambienti sotterranei delle antiche necropoli, adattandoli alle esigenze della vita quotidiana.
Le grotte furono attrezzate con camini, forni, letti in muratura e semplici arredi realizzati con materiali disponibili sul territorio. Ambienti che offrivano un naturale riparo dal caldo estivo e dal freddo invernale.
Gli abitanti di queste case venivano chiamati gruttaiusu. Alcuni di questi ambienti continuarono a essere abitati fino agli anni Settanta del Novecento.
Oggi il villaggio fa parte del Parco Storico Archeologico e permette di conoscere da vicino un modo di vivere semplice, ma ricco di ingegno e capacità di adattamento. Una visita che aiuta a comprendere non soltanto la storia antica dell’isola, ma anche quella delle sue comunità più umili.
Le catacombe e la Basilica di Sant’Antioco Martire
Il legame tra l’isola e il suo santo patrono è profondissimo e si ritrova nelle catacombe di Sant’Antioco, un complesso di grande valore storico e religioso, unico nel suo genere in Sardegna.
Secondo la tradizione, Antioco era un medico originario della Mauretania, convertitosi al cristianesimo e giunto sull’isola durante il periodo dell’imperatore Adriano. Qui avrebbe continuato la sua opera di evangelizzazione, fino a essere perseguitato dalle autorità romane.
La sua storia si intreccia con quella delle antiche necropoli puniche, riutilizzate dai primi cristiani per realizzare un cimitero comunitario. Gli ambienti funerari furono collegati e adattati alle nuove esigenze, dando origine a un articolato sistema di sepolture.
Loculi, fosse terragne, arcosoli e tombe a baldacchino raccontano le pratiche funerarie dell’epoca. Particolarmente suggestiva è la cosiddetta Camera del Santo, legata dalla tradizione al luogo in cui Antioco avrebbe trascorso gli ultimi momenti della sua vita.
All’ingresso si trova anche la tomba che, secondo la tradizione, custodì il corpo del martire per diversi secoli, fino al 1615.
Accanto alle catacombe sorge la Basilica di Sant’Antioco Martire, le cui origini risalgono all’età bizantina. Nel corso dei secoli l’edificio ha subito diversi ampliamenti e trasformazioni, fino alla facciata barocca realizzata nel Settecento.
La basilica rappresenta ancora oggi un importante luogo di devozione e pellegrinaggio, testimonianza di un culto che attraversa i secoli e che ha contribuito a fare di Sant’Antioco uno dei centri spirituali più importanti della Sardegna.
Le sorelle Pes: quando la tessitura diventa memoria

Tra le esperienze più belle di questo viaggio c’è l’incontro con il mondo dell’artigianato tradizionale, in particolare con l’arte della tessitura e la lavorazione del bisso, conosciuto come seta del mare.
A Sant’Antioco le sorelle Assuntina e Giuseppina Pes sono tra le protagoniste della conservazione e della trasmissione di antichi saperi. Nel loro lavoro convivono esperienza, passione e una profonda conoscenza delle tecniche tradizionali.
Davanti al telaio, osservare le loro mani che si muovono in armonia è quasi come assistere a un racconto. Fili che si intrecciano, colori che si incontrano, gesti ripetuti con pazienza: ogni manufatto diventa il risultato di una sapienza che non si improvvisa e che si tramanda attraverso le generazioni.
Il bisso marino è una fibra naturale ricavata dai filamenti prodotti dalla Pinna nobilis, il grande mollusco bivalve del Mediterraneo. Per secoli questa fibra è stata raccolta e lavorata per ottenere tessuti preziosi, dalla particolare lucentezza dorata.
La sua lavorazione richiede competenze straordinarie e una conoscenza profonda di un materiale delicatissimo.
A Sant’Antioco questa tradizione è legata anche alla figura di Chiara Vigo, conosciuta come maestra del bisso, che racconta la storia di questa antica arte e ne mostra le tecniche nel museo-laboratorio di viale Regina Margherita.
È importante ricordare che la Pinna nobilis è oggi una specie rigorosamente protetta e gravemente minacciata. La lavorazione tradizionale del bisso si lega quindi alla tutela di un patrimonio culturale da conservare senza compromettere la sopravvivenza del mollusco.
Un incontro con una tradizione rara, che aggiunge un’altra dimensione al viaggio: quella di un’isola capace di custodire non soltanto le proprie bellezze naturali e archeologiche, ma anche gesti e conoscenze che rischierebbero di scomparire.
I sapori del Sulcis Iglesiente: una cucina che racconta il territorio
Un viaggio nel Sulcis Iglesiente non sarebbe completo senza dedicare il giusto spazio alla gastronomia. Qui la cucina nasce dal rapporto diretto con la terra e con il mare e valorizza ingredienti semplici, lavorati secondo ricette tramandate nel tempo.
A Carloforte il tonno è naturalmente protagonista, declinato in tante preparazioni che raccontano la cultura marinara tabarchina. A Sant’Antioco e nel resto del Sulcis si incontrano invece specialità legate alla tradizione agricola e pastorale: il pecorino, l’olio extravergine d’oliva, il miele, il carciofo e i vini del territorio, tra cui il Carignano del Sulcis DOC.
Anche la cucina iglesiente offre un repertorio tutto da scoprire. Tra le preparazioni tipiche troviamo Su Mustatzeddu de Tamatiga, una sorta di focaccia ripiena di pomodoro, olio, aglio e aromi; Sa Panada, un involucro di pasta violata che racchiude un ripieno di carne e verdure; e Su Succu ‘e fa, preparazione tradizionale a base di fave.
Non mancano la fregola, la pasta fresca e le tante specialità locali, accompagnate dai dolci della tradizione, come amaretti, gueffus e pardulas.
Una cena all’Oasi Blu, tra mare e campagna
Il nostro itinerario gastronomico ci porta anche a Calasetta, dove troviamo Oasi Blu, un ristorante inserito nella Guida Osterie Slow Food, immerso nel verde, tra uliveti, mare e campagna.
L’ambiente è accogliente, caratterizzato da muri in pietra, strutture in castagno e arredi che richiamano lo stile tipico calasettano. Un luogo dove concedersi una pausa e assaporare la cucina del territorio.
La filosofia è quella del rapporto diretto con la terra: dall’orto alla tavola, con verdure e ortaggi coltivati nell’azienda agricola, olio extravergine d’oliva e olio di olivastro di produzione propria, oltre a vini e liquori.
Nel menu trovano spazio le ricette della tradizione, la pasta fresca e il maialetto allo spiedo, uno dei piatti più rappresentativi della cucina sarda.
San Pietro e Sant’Antioco: due isole,
tante storie da portare con sé
San Pietro e Sant’Antioco sono due destinazioni che meritano di essere scoperte senza fretta. La prima sorprende per la sua anima tabarchina, per il fascino di Carloforte e per una tradizione marinara ancora viva. La seconda conquista con il suo straordinario patrimonio archeologico, i luoghi della fede, le antiche arti manifatturiere e una cultura che affonda le radici in millenni di storia.
Eppure entrambe hanno qualcosa in comune: la capacità di custodire la propria identità e di raccontarla attraverso le persone, i sapori, i mestieri e il rapporto con il mare.
È proprio questo il valore di un viaggio nel Sulcis Iglesiente: scoprire che dietro ogni paesaggio c’è una storia e che dietro ogni tradizione ci sono comunità che continuano, giorno dopo giorno, a mantenerla viva.
Un’esperienza che va ben oltre la bellezza delle spiagge e che lascia il desiderio di tornare.
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credito immagine di copertina Giampiero Fanni Pixabay


