“Il primo giorno della mia vita”: quale vita?

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“Il primo giorno della mia vita”: quale vita?

“Il primo giorno della mia vita” di Paolo Genovese, con Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Margherita Buy, Sara Serraiocco, Gabriele Cristini, Vittoria Puccini e con la partecipazione straordinaria di Lino Guanciale. Dal 26 gennaio al cinema.

Storie sospese tra la vita e la morte

In una Roma piovosa, vicino al ponte degli Angeli, un’auto raccoglie alcuni passeggeri, estranei l’uno all’altro.

Un autista misterioso li conduce in un albergo senz’acqua e dove non si servono colazioni. Sono in uno spazio e in un tempo fuori dal mondo eppure restano immersi nel mondo.

Avranno una settimana di tempo per capire se hanno fatto una scelta di cui non si pentono: sono infatti quattro suicidi, che in questo periodo di sospensione possono ripensare la propria vita.

La loro guida è Toni Servillo, felpato e irremovibile, o quasi. È il loro angelo, come nel classico La vita è meravigliosa di Frank Capra, riferimento imprescindibile di qualsiasi film con angeli custodi che spingono alla riflessione e all’autonalisi.

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Nei sette giorni che scandiscono il film potranno scoprire come va il mondo senza di loro e forse trovare un nuovo senso all’esistenza che li porti a fare una scelta diversa.

Il primo giorno della mia vita: un gruppo composito

Chi sono i suicidi che passano 7 giorni insieme?

Arianna è una poliziotta che non dorme più da quando la figlia è morta per una malattia congenita. Napoleone è un motivatore che ha perso ogni gusto della vita. Emilia è una ginnasta artistica che ha collezionato solo medaglie d’argento e ora è confinata sulla sedia a rotelle. Daniele è un ragazzino sovrappeso famoso youtuber sfruttato dai genitori, che non lo capiscono.

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Ognuno di loro ha scelto il suo modo in andarsene, in linea con quello che faceva in vita.

Ma un personaggio misterioso li costringe a guardarsi dentro, come finora non avevano mai fatto: a guardare coloro che hanno intorno rendendosi conto di come sono davvero; a chiedersi quali sentimenti possono ancora legarli al mondo e dare un senso alla vita che hanno rifiutato.

Come nel modello famoso, il racconto si mantiene sui toni della commedia riflessiva.

Genovese riprendi le atmosfere metafisiche di un altro suo film , The Place, che si svolgeva in un bar, non luogo di incontri senza impegno.

Qui i personaggi si spostano tra ponti sul Tevere, campetti di pallacanestro incuneati tra i condomini, stazioni della metropolitana, trattorie in disarmo sulla spiaggia, i portici di piazza Vittorio, in una Roma riconoscibile ma allo tesso tempo fatiscente e fantastica, inquadrata spesso dall’alto, a sottolineare la piccolezza e il carattere passeggero dei dolori dell’umanità.

Paolo Genovese trasforma il suo libro, edito da Einaudi, in una sceneggiatura scritta insieme a Paolo Costella, Rolando Ravello e Isabella Aguilar, che tiene sotto controllo il tono dei dialoghi, conformi allo stile felpato e ambiguo dell’angelo accompagnatore, impersonato dall’ impareggiabile Toni Servillo.

Così il tema del suicidio è trattato come qualcosa di quasi normale, senza nessuna aura tragica, senza desolazione, forse in modo fin troppo controllato e distaccato.

Il calore dei sentimenti affiora soltanto nei rapporti tra i personaggi di Margherita Buy e del piccolo Gabriele Cristini, mentre Valerio Mastandrea si corazza di cinismo e disperazione e Sara Serraiocco insiste nella sua spirale di rinunce a vivere.

Mantenendo ogni emozione a distanza e sotto controllo, tuttavia il regista fornisce una serie di indizi che disegnano la direzione in cui si svilupperanno i rapporti tra i protagonisti, che anche se morti, sono in grado ancora, se vogliono, di stabilire nuove relazioni, come fa Arianna.

E si configura così via via un ribaltamento di rapporti, in cui alla fine quelli che sembravano più forti si rivelano i più deboli. E soprattutto si mette in discussione e si ribalta il mito dei vincenti, di chi si pone come punto di riferimento per gli altri senza poi riuscire ad esserlo neppure per se stesso.

E alla fine è proprio il personaggio del maschio bianco privilegiato e di successo che mostra le sue fragilità e l’incapacità di cambiare.

 Un sorriso e un lampo di luce

In una Roma per niente spettacolare, ma quotidiana e pullulante di individui anonimi, spicca e illumina l’episodio con Lino Guanciale, attore che attraverso le sue famose interpretazioni ha familiarità con i morti: impersonando il commissario Ricciardi “vede” i morti di morte tragica e nella Porta rossa in onda su RAI 1 è lui stesso un morto che resta tra i vivi.

Non è certo quindi una presenza casuale.

“Il primo giorno della mia vita” di Paolo Genovese, con Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Margherita Buy, Sara Serraiocco, Gabriele Cristini, Vittoria Puccini e con la partecipazione straordinaria di Lino Guanciale. Una produzione Lotus Production in associazione con Medusa Film

Elefteria Morosini