Spettacoli

“Lubo”, una storia di discriminazione in Svizzera

“Lubo”, una storia di discriminazione in Svizzera. Un film  di Giorgio Diritti con Franz Rogowsji – dal 9 novembre nelle sale

Lubo è un artista di strada Jenisch – dopo i Rom e i Sinti il terzo popolo nomade europeo – che vive in una casa-carrozzone con la moglie e tre figli piccoli ma già capaci di collaborare alla riuscita degli spettacoli di piazza con cui si guadagnano da vivere.

Nel 1939 viene arruolato nell’esercito elvetico per presidiare i confini con l’Austria, ormai parte della Grande Germania.

Durante la sua assenza i gendarmi prendono i suoi figli in base a un Programma di rieducazione nazionale per i bambini di strada e li portano in istituti per poi essere adottati da famiglie più degne di educarli, ma che in realtà spesso li sfruttano. La madre muore nel tentativo di opporsi.

Per tutto il film Lubo li cerca e accumula testimonianze di altre famiglie alle quali i bambini sono stati sottratti senza altre motivazione che il pregiudizio verso il sistema di vita nomade della comunità Jenisch.

Un’impresa impossibile che non può abbandonare

Presentata alla Mostra del Cinema di Venezia, Lubo racconta la storia di un padre che non accetta il sopruso e per il quale la ricerca dei figli perduti diventa lo scopo di tutta la vita.

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La storia fa riferimento a una legge che è stata in vigore nella Confederazione Svizzera fino agli ’70, ispirata a principi autoritari e razzisti, che sottraeva i bambini alle legittime famiglie Jenisch ritenute incapaci di educarli.

Nel corso della visione si passa dal gelo dei confini alpini presidiati dai soldati all’interno elegante degli alberghi liberty dove il padre ferito vive una seconda vita, che per lui è solo una copertura alla sua ricerca.

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L’occasione gli viene data dall’incontro con un individuo impegnato in misteriosi traffici oltre confine di oggetti preziosi, che Lubo uccide appropriandosi della sua identità. E così diventa un facoltoso commerciante di gioielli di grande valore.

Protagonista è l’eccellente Franz Rogowski, che nella prima e più riuscita sequenza vediamo fuoriuscire dal costume dell’orso ballerino intorno al quale è costruita la bella esibizione pubblica accompagnata della fisarmonica, cui partecipa tutta la famiglia.

Rogowski è sempre in scena per tutto il film che dura circa tre ore, forse troppe, reggendo l’intera vicenda sulle proprie spalle. Si alternano momenti di altissimo cinema a passaggi superflui e ripetitivi, soprattutto nella parte centrale.

Lubo, l’ultimo film di Giorgio Diritti

Dopo “Volevo nascondermi”, sulla vita del pittore Antonio Ligabue, e “L’uomo che verrà”, sulla Strage di Marzabotto, Diritti si conferma un regista che predilige raccontare personaggi immersi nella realtà e che si scontrano con l’oppressione e la discriminazione.

Qui si è ispirato al romanzo “Il seminatore di Mario Cavatore, che racconta l’ingiustizia subita dalle famiglie nomadi a cui sono stati portati via i figli in nome del programma di rieducazione nazionale, un provvedimento discriminatorio e razzista che ci si stupisce sia stato adottato dalla civile Svizzera e che ha già ispirato altri due cineasti.

Diritti scegli di raccontare la storia non dal punto di vista dei bambini, ma da quello del padre che cerca giustizia, la cui vita è stravolta dallo Stato che gli mette in mano un fucile per la difesa dei confini e contemporaneamente gli sottrae la cura dei suoi figli, trasformandolo da artista in assassino e profittatore.

La ricerca di Lubo

Tuttavia Lubo mantiene la sua umanità e gentilezza, qualità che lo aiutano nella difficilissima ricerca, in cui, seppur inconsapevoli, lo aiutano diverse donne che gli danno altri figli adulterini e illegittimi, in una sorta di nemesi nei confronti di quello Stato che intendeva impedire la riproduzione della comunità Janisch con la sottrazione dei suoi figli.

Nella parte di Lubo si apprezza l’intensa prova di Franz Rogowski, attore e regista, sulla cui performance si articola tutto il film, scrutato e seguito costantemente dalla cinepresa sia nelle ricerche di documenti negli archivi, sia negli incontri amorosi.

Nella parte finale del film Margherita, una cameriera del lussuoso hotel dove è solito alloggiare, sembra offrirgli l’occasione di una nuova vita: è incinta di lui e ha già un bambino che Lubo tratta come se fosse anche suo.

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Ma l’omicidio compiuto incombe sulla sua testa, anche se sono passati ormai più di vent’anni: l’uomo ucciso traportava oggetti preziosi affidatigli da famiglie ebree per sottrarli alle requisizioni dei nazisti.

Lubo są di dover rendere conto di quello che ha fatto, ma vorrebbe che qualcuno si assumesse il suo compito: trovare i suoi figli e dare giustizia anche a tutti gli altri bambini, strappati ai loro affetti e rinchiusi in reparti psichiatrici, se si ribellavano.

Sarà un suo ex-commilitone, ora poliziotto, che lo incastra per il suo delitto, a prendere da lui le carte in cui ha fissato i risultati della sua ricerca.

Ma dovranno passare altri anni perché la legge iniqua venga abolita, come riassumono i titoli di coda.

http://www.01distribution.it