Uzbekistan: sulla rotta delle antiche carovane

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Uzbekistan: sulla rotta delle antiche carovane

Uzbekistan, crocevia e culla di antiche civiltà, testimone della grandezza e della decadenza degli imperi mongoli e persiani, tappa straordinaria e previlegiata che riporta sulle tracce dell’antica Via della Seta.

Racchiuso nel cuore dell’Asia centrale, separato dal mondo da aspri deserti e montagne, l’Uzbekistan seduce con i suoi racconti di imperi fiabeschi e di caravanserragli, dove si mescolano, come in un caleidoscopio, spezie, tessuti e pietre preziose, valorosi cavalieri e dispotici emiri, ricchi mercanti e avventurosi viaggiatori.

Qui, dove si intrecciano culture altrove inconciliabili, passarono Marco Polo e Alessandro Magno, si scontrarono genio e lungimiranza di Tamerlano e la furia distruttrice di Gengis Khan.

Un Paese che conserva un immenso patrimonio architettonico islamico, dove sorgono alcune tra le più mitiche città dell’immaginario collettivo che rispondono ai nomi di Khiva, Bukhara, Samarcanda.

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Città di una bellezza assordante, tra le più antiche del mondo, che ammaliano con la potenza della pietra e l’armonia degli spazi, con la magnificenza delle moschee e delle madrase, dove i toni del blu dei mosaici virano in mille giochi di turchese, sfidando le sfumature della volta celeste.

Benvenuti in Uzbekistan, dove è una delizia perdersi nel dedalo dei bazar chiassosi e colorati, seguendo l’aroma denso dei profumi speziati, tra i volti rugosi dei venditori di frutta e dolciumi, inalando i vapori dai pentolini fumanti d’infusi, per proteggersi contro il malocchio.

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Khiva, una città di briganti nel cuore del deserto dell’Uzbekistan

Khiva, la città-museo a cielo aperto, sospesa nel tempo dentro a un cuore di sabbia, racchiusa dalle possenti mura d’argilla, custodi gelose di un centro storico medievale tra i meglio conservati dell’Asia Centrale.

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ph Luisella Rovere

Con oltre 50 monumenti storici e 250 vecchie abitazioni, gli harem, le colonne di legno intarsiato, i vicoli polverosi, le cupole azzurre, le piastrelle smaltate, le imponenti madrase e i minareti finemente scolpiti che puntellano il cielo.

E l’atmosfera da ultima frontiera, più forte che mai.

Situata a sud del fiume Amu Darya, Khiva fu un tempo un’oasi, l’ultimo punto di ristoro per le carovane prima di mettersi in viaggio verso la Persia.

Per raggiungere Khiva bisogna attraversare il deserto del Kizilkum e costeggiare il confine con il Turkmenistan, lungo un percorso che ancora nel XIX secolo era infestato da predoni in cerca di ostaggi da vendere al mercato degli schiavi di Khiva.

I kazaki delle steppe e i turkmeni del deserto portavano qui le loro prede, che poi venivano ammassate dai mercanti nelle logge della porta est.

Una volta incatenati, venivano esposti alla valutazione degli acquirenti, che ne misuravano le dimensioni, stimavano la prestanza fisica, azzardavano quanto gli rimanesse da vivere e quali lavori fossero ancora in grado di svolgere.

Al mercato degli schiavi di Khiva erano i giovani maschi russi ad avere i prezzi più alti. Così riportò il generale Morav’ev al ritorno da quella cittadella fortificata dove si era recato per conto dello zar di Russia, auspicando una collaborazione commerciale tra i due paesi che fosse vantaggiosa per entrambi.

Questa era Khiva: una città di briganti e di grandi Khan, di uomini crudeli e di uomini illuminati, che insieme hanno scritto la storia della città, alternando splendore e decadenza.

Una storia che ha visto questo luogo sbiadire come fango cotto al sole, e poi di nuovo riaccendersi e riprendere colore; come succede ancora, ogni sera, quando i profili di Khiva si inondano dei meravigliosi bagliori rosso-arancio del tramonto.

Bukhara, il luogo dello spirito

Bukhara, la Nobile, la Santa, la Perla dell’Islam.

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Ricca di edifici millenari nascosti tra le pieghe delle possenti mura, è meno presente nell’immaginario collettivo occidentale rispetto a Samarcanda. Eppure, i 140 monumenti protetti, fanno della città forse la destinazione più suggestiva e ricca di fascino dell’Uzbekistan.

Un detto locale recita che Samarcanda rappresenta la bellezza in terra, mentre Bukhara è la bellezza dello spirito. Nel periodo del suo massimo splendore, Bukhara fu infatti un importante centro culturale in cui si svilupparono le scienze e divenne la sede della biblioteca più ricca e grande del mondo islamico.

Una città, un tempo, talmente fiorente da suscitare l’odio di Gengis Kan, che la ridusse in polvere e pietre, risparmiando dalla sua furia devastatrice solo il Minareto Kalyan, ancora oggi simbolo principale e punto di riferimento della città.

Il minareto è alto circa 47 metri, e la torre superiore è costituita da 16 finestre ad arco, dalle quali il muezzin richiama i fedeli.

La città presta il nome ai tappeti tra i più rinomati e famosi in tutto il mondo: i Bukhara. Il loro classico disegno basato sulla ripetizione di motivi “gul” disposti regolarmente su tutto il manufatto, è uno splendido esempio di equilibrio e armonia delle forme e dei fregi.

Uzbekistan e Samarcanda: crocevia di Culture

Samarcanda: un nome che si scioglie in bocca, dolce come il miele. Capitale millenaria, che sprigiona la forza mitica di Atlantide.

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Nessuna città ha un nome così evocativo: appena lo pronunci l’Oriente ti assale. Samarcanda, storico crocevia della Via della Seta e collante tra Oriente e Occidente, dalla notte dei tempi è fonte di ispirazione di poeti, scrittori e musicisti.

Un antico detto recitava “Se vuoi che una storia faccia il giro del mondo la devi raccontare al mercato di Samarcanda”; questo fa capire il ruolo ricoperto dalla città, vecchia di 2.700 anni, dichiarata nel 2001 patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, sotto il titolo di “Crocevia di Culture”.

Tutto quello che ho udito di Marakanda è vero, tranne il fatto che è più bella di quanto immaginassi”. Alessandro Magno

Nonostante l’usura del tempo, i terremoti, le guerre e le invasioni, la città ha mantenuta inalterata la sua magia e il suo splendore; i suoi monumenti, di emozionante bellezza, incarnano ed enfatizzano la sua anima vibrante.

Tra le meraviglie di Samarcanda, c’è il suggestivo Registan, che significa “luogo sabbioso”, uno dei complessi architettonici più straordinari al mondo.

I tre maestosi edifici che ne fanno parte, sono le madrase più antiche sopravvissute fino ad oggi. Un tripudio armonioso di maioliche, mosaici azzurri e ampi spazi, un incanto amplificato, se osservato alle prime luci dell’alba.

Da non perdere anche il sepolcro del sovrano il Gur-e-Amir, lo spettacolare viale di tombe della dinastia timuride e la maestosa moschea di Bibi-Khanym, gioiello di Tamerlano, terminata poco prima della sua morte.

Il bazar, cuore battente della città

Il Bazar di Siob è tra i luoghi più fotogenici di Samarcanda, dove fare provvista di frutta e pane appena sfornato, all’ombra dei magnifici ruderi della moschea di Bibi-Khanym.

Ma cosa comprare di tipico da portarsi a casa? Sicuramente l’artigianato tessile che si compone di alcune varietà.

Ci sono i suzani, teli in cotone impreziositi da ricami, oppure gli ikat, pregiati tessuti in seta, realizzati con un’antica tecnica di tessitura a telaio. Ma non si può lasciare il paese senza aver acquistato il dopy: uno zucchetto nero, di forma cubica, con decorazioni bianche, che ricordano intrecci di foglie.

Questi cappelli al momento della vendita sono piegati sul banco come una sorta di busta da lettere.

Per valutare la bontà e qualità del cappello c’è un metodo che non tutti conoscono. Occorre appoggiare una teiera piena sopra il cappello: se la regge senza collassare su se stesso la qualità è ottima, altrimenti vi state prendendo una bella fregatura.

Silvana Benedetti

Giornalista di lungo corso ha lavorato all’interno di alcune case editrici quali la Mondadori, Rusconi Editore e f.lli Fabbri Editore. Successivamente, per diversi anni ha operato nel campo della musica come responsabile della promozione e del marketing per le più importanti major discografiche. Attualmente collabora anche con il mensile cartaceo Caravan e Camper e per altre testate online di viaggio, bellezza ed enogastronomia.